Sono cosciente del fatto che lavorare facendo quello che più ci piace spesso viene considerato un lusso. In realtà penso che ognuno abbia dei talenti che devono essere preservati, difesi e il più possibile sviluppati. Certo è che nessuno sa quali strade spesso la vita ci apre, e ci chiude, per poter realizzare quello per cui siamo effettivamente portati e spesso l’idea di come siamo, o come dovremmo essere, è l’ostacolo maggiore e quindi conseguentemente è la causa della nostra infelicità. Per questi motivi non mi sono mai posta obiettivi rigidi. La vita mi ha insegnato, o così ho interpretato il percorso che ho fatto fino ad ora, che porsi delle mete senza fare i conti con l’imprevisto non giova, ma anzi è il motivo del nostro senso di fallimento e dell’incapacità di rigenerarsi ogni volta che certi sogni sfumano o peggio vanno in frantumi. Il pericolo opposto è quello di essere troppo dispersivi a volte. Capita infatti che si cada nella tentazione del lasciarsi vivere con la scusa che tanto le cose si sistemano da se e noi dobbiamo stare a braccia conserte senza alcuna partecipazione. Sicuramente non ho la ricetta della buona riuscita dei propositi, né ho la verità infusa, per cui le mie sono solamente valutazioni che vanno sempre prese con le pinze della propria esperienza personale. In parole povere questa è la mia opinione e per una come me che tenta di avere meno opinioni possibili per non influenzarsi negativamente è tanto. Io non so come si faccia a capire e a discernere correttamente per poter essere pienamente liberi di far maturare “la pianta che è in noi”, io non so quale sia la strada giusta, il comportamento esatto, l’ideologia infallibile per il successo della propria esistenza. E non so tra l’altro che cosa si debba intendere per successo della propria esistenza. Sono significati che variano a seconda dei tempi e dei luoghi in cui vengono usati e questo loro variare mi fa riflettere. Allora vado per tentativi. Semplicemente. Cercando di non cadere nell’arroganza di chi si sente “arrivato” né nella stupidità di chi si sente rassegnato. Fortuna, sfortuna? Sono concetti placebo che servono solo da scusante per il fatto che forse non ci siamo assunti la responsabilità della nostra vita, sono alibi per scansarsi dalla fatica di essere consapevoli di ciò che diventiamo ogni giorno e di ciò che diventa tutto quello a cui siamo legati, perché il mondo che noi chiamiamo esterno mica è lontano, è indissolubilmente unito a noi e noi a lui. Tentare di sfuggire a questa evidenza è da ingenui impenitenti.
Ecco perché, da lavoratrice precaria, quale ancora sono, continuo a cercare uno straccio di lavoro che mi possa garantire una certa stabilità…ancora! E lasciando perdere i miei sensi di colpa per il fatto che ” sono ancora a questo punto (morto)” quello che mi preme togliermi adesso dalla scarpa è un sassolino che ho giusto raccolto stamattina dopo essere stata ad una specie di colloquio di lavoro. La selezione si è svolta in un primo momento con una telefonata che ti rimandava ad un appuntamento in sede. L’appuntamento in sede però non chiariva affatto quale fosse l’offerta in questione e ti rimandava, forzatamente, (come nel gioco delle carte dove se vuoi vedere le carte dell’altro devi “vedere” e quindi puntare un po’ di soldi) ad una giornata di prova, dove si sarebbero valutate le tue competenze e si sarebbe finalmente svelato l’arcano. E che bisogno c’era? Voglio dire, non puoi dirlo subito? C’è un segreto di Stato che ti impone il silenzio immediato? Che strategia è? Quando uno non è subito chiaro non è per strategia di marketing o aziendale, uno non è chiaro perché sa che se lo fosse perderebbe l’unica possibilità di poterti “intortare” piano piano. Quando uno non è chiaro è perché sa che per lui è molto più conveniente indorarti la pillola che sbatterti in faccia che come i testimoni di geova dovrai andare porta a porta a promuovere qualcosa di cui a te non te ne fotte una beata minchia (che mi si perdoni il francesismo).
Molti continueranno, perché tanto ” ormai che siamo qua…” arriveranno a fine giornata, sfatti per la camminata, sudati e avviliti per tutti quelli che li avranno guardati schifati, e con la spiacevole sensazione di essere stati presi per i fondelli e aver perso tempo prezioso che si poteva impiegare per altro; altri magari si sentiranno gasati e galvanizzati perché hanno raccolto la sfida e si sentono in linea con quella metodologia: parlantina veloce, sorriso stampato a 32 denti, incapacità di ascoltare, domande a raffica, assoluta insensibilità e strafottenza al rifiuto ed emotività ridotta allo zero. Gli eletti faranno il loro briefing e la loro riunione motivazionale con tanto di urla e strette di mano, insegneranno loro anche ad abbracciarsi e fare gruppo. Probabilmente fanno anche bene.
Per quanto mi riguarda invece, non gradendo la logica né la metodologia dopo il secondo edificio da “scalare” ho detto: a tutto c’è un limite. E me ne sono semplicemente tornata a casa.
