L’ignoto mette paura, una paura fottuta, un terrore paralizzante eppure ad ogni scelta, per quanto cerchiamo di scansarlo e di passare oltre, ce lo ritroviamo davanti con il suo ghigno soddisfatto e fastidioso e le braccia conserte come a dire: e mo che fai?
A parte l’umanizzazione di cose che nei fatti sono semplicemente quello che sono e che non si pongono minimamente la questione se farci o no dispetto, anche se conosco qualcuno che nel suo pessimismo egocentrico ritiene di avere la prova scientifica che tutto esiste per fagli lo “sgambetto”, è una verità che l’ignoto, il non sapere cosa succederà, il non capire a priori se una decisione è giusta oppure no ci mette spesso e volentieri nel panico più profondo.
Quello che ho imparato nel corso della vita è che siamo esseri bisognosi di sperimentare le cose, e al di là delle metodologie che scegliamo per aumentare il nostro sapere ed eventualmente la nostra consapevolezza, sta di fatto che se una cosa non la viviamo rimaniamo solo nell’ambito delle supposizioni e dei forse che se anche sono più sicuri e ci lasciano la sensazione che nulla di pericoloso e doloroso ci potrà accadere provocano presto o tardi una involuzione una sorta di distacco dal nostro impulso vitale.
Cosa sarebbe l’uomo senza la sua curiosità, senza la sua voglia di scoprire, senza la sua capacità di rischiare tutto per darsi nuove direzioni e poter esprimere tutte le sue potenzialità? Cosa diventeremmo se dandoci una direzione rigida non sapessimo anche piegarci dolcemente alle nuove opportunità alle intuizioni alle nuove inclinazione che si affacciano nell’universo del nostro essere e quindi della nostra esistenza?
E poi perchè dobbiamo sempre e comunque illuderci che ogni decisione deve essere giusta, giusta per cosa, per chi? Non è vero che anche l’errore è santo? Che l’uomo necessità, per imparare, anche di quello e che non è un disonore sbagliare?
Forse fa paura crescere. Forse fa paura lasciare un comodo “letto”, che però diventerà ben presto la nostra tomba, per rincorrere l’esistenza. Forse inseguire quel soffio vitale che non solo mantiene in vita ma altresì permette a noi tutti di crearci istante dopo istante ci da un senso talmente forte di vertigine da destabilizzarci e farci credere che cadremo inesorabilmente dentro il vuoto…il vuoto…siamo immersi nel vuoto, costantemente immersi nel vuoto, esiste solo il momento presente e tutto il resto è una congettura: il futuro, le probabilità, anche il passato a scavare lo ricreiamo secondo la fantasia del momento e probabilmente esiste solo in quella dimensione…nella dimensione presente, nel corpo che gli diamo in quel momento…ma anche queste sono solo congetture in fondo…
Tutto quello che so è che esiste una porta al di là della quale non so cosa ci sia e probabilmente la paura che sento è normale. Probabilmente ogni uomo posto di fronte alla stessa situazione ha provato quello che io adesso provo.
Ma allora chi sono? O meglio, chi voglio essere? Quella che resta paralizzata oppure quella che varca la soglia e si conquista la vita?
